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Otello

Zeffirelli non ha mai perso occasione per confermarle la sua stima. In un’intervista rilasciata a Daniela Ghi e pubblicata nel 1993 sul catalogo della mostra Gerardo Sacco. I possibili oggetti del desiderio, allestita nella sala dei Tiraoro e Battioro di Venezia, oltre a sottolineare l’importanza della vostra collaborazione, la definì un genio dell’arte orafa. Un caposcuola. Cito il maestro: “…Egli è stato il primo a cimentarsi in maniera consapevole e diretta con il registro ed il timbro del complesso linguaggio cinematografico”.

Mi vengono i brividi, nonostante siano trascorsi tanti anni da quell’intervista. Dopo aver lavorato con lui, niente più è stato come prima.

Ammise finanche di avere imparato molto dal suo modo di lavorare.

Non esageri, adesso.

Non possono esserci equivoci: “Confesso con piacevole candore che i lavori di Gerardo mi hanno aiutato a comprendere che i gioielli in scena non si riducono mai ad un dettaglio irrilevante. Essi, sorprendentemente, mi si svelarono come l’espressione alta di una sempre più desiderata rigorosità stilistica, quasi quella sintesi fulminea capace di narrare una storia, svelare, seppur in una briciola, il tratto sfuggente della personalità maschile o femminile, infine, in grado di descriverne, altrimenti insondabili cariche interiori, le gradazioni dell’intensità emotiva. Gerardo Sacco si è affiancato al Corpus della mia lettura cinematografica e teatrale con la sua produzione ricca di araldiche nuances e di solari tonalità mediterranee. Quasi un catalogo del meraviglioso in miniatura, mirabili oggetti del desiderio che sembravano dare forza e suggestione alla ritornante idea di caricare il corpo ed il volto dei protagonisti del mio artificio teatrale o cinematografico con alcuni magnetici richiami simbolici. Così è stato nelle turbinose sequenze de Il giovane Toscanini, nella reinterpretazione dell’enigmatico mito shakespeariano dell’Otello e dell’Amleto, nella estenuante ricostruzione scaligera del verdiano Don Carlos”. Mi dica, cosa c’è di esagerato?

Non ricordavo questi apprezzamenti.

Ascolti ancora: “Sacco ha saputo intuire, lavorando certosinamente, persino su particolari quasi invisibili, quali le bruniture, le ripiegature, gli intarsi, le laminature, l’incastonatura dell’oro e delle pietre, il di- segno che intendevo perseguire. Ovvero la mia inesausta e passionale volontà di collocare faccia a faccia il contrasto ed insieme l’intreccio fra l’eros e il potere, tra la vita e la morte, l’amore e il rancore, la gelosia e la libertà”. Una liaison fra il cinema e l’arte orafa che, per Zeffirelli, “ha prodotto una scintilla di inesauribile energia come la luce intensa di un zaffiro”.

Non ho mai più percepito, in un qualunque altro luogo o momento, una presenza tanto affascinante, come quella del maestro fiorentino.

Liberamente tratto dal libro “Sono Nessuno! Il mio lungo viaggio fra arte e vita. Gerardo Sacco, conversazione con Francesco Kostner”