loading

New York City

…a proposito di New York, voglio raccontare un episodio che ha contribuito a rendere speciale il mio rapporto con la “Grande Mela”. Alloggiavo allo Americana Hotel, sulla Settima Avenue.

In una vetrina erano esposti diversi gioielli con relative recensioni. Una, in particolare, si soffermava su un’opera raffigurante due maschere: “Una testimonianza – evidenziava l’autore del testo – dello straordinario connubio tra l’oreficeria e la scultura espresso da questo maestro. Nelle maschere nude, l’artista riflette sulla complessità dei rapporti interpersonali e la frequente rinuncia dell’individuo a vivere un legame sentimentale, ribadendo così la solitudine della condizione umana. Una meditazione dolorosa, portata avanti anche in altre opere dove l’artista ritrae sé stesso in una dimensione onirica, fuori dallo spazio-tempo, mentre è intento a giocare un’improbabile partita a scacchi senza il secondo giocatore…”. Ebbene, le maschere erano mie e la recensione riguardava Gerardo Sacco!

… Un’altra volta, mi trovavo all’hotel Plaza di New York, in occasione di una festa della Niaf, l’associazione culturale che promuove la storia, la lingua e la cultura italiana negli Stati Uniti, alla quale erano invitate oltre cinquecento persone. Cantava, pensi un po’, un certo Frank Sinatra!

Ero al tavolo con il presidente degli orafi della provincia di Vicenza, Beppe Graser, e con Vasco Bonetto, che rappresentava gli artigiani del settore di Valenza Po. Notavo che il cameriere andava e veniva senza portar via il piatto. A un certo punto, Graser sbottò: “Sacco, allora, le posate!”. E io, quasi stizzito: “Che devo fare?”. Lui, di rimando, con la simpatia che lo caratterizzava: “Se non le metti diritte qui facciamo notte!”. Capii che il modo come avevo lasciato il coltello e la forchetta, significava che avrei continuato a mangiare. Le sistemai subito in modo corretto e la situazione si sbloccò.

Molti anni dopo mi trovai al ristorante La Pergola, dell’hotel Hilton di Roma, con Al Bano, Romina Power, i figli della coppia, Franco Franchi e Bruno Oliviero: il grande fotografo che doveva realizzare un servizio sui miei gioielli. Un cameriere, che sulla giacca aveva tante decorazioni da fare invidia a un generale di corpo d’armata, stazionava davanti al nostro tavolo pronto a esaudire ogni richiesta. Memore di quanto accaduto a New York, ero stato attento a non sbagliare.

“Il signore ha finito?”, mi chiese a un certo punto. E io, prontamente, anche un po’ seccato: “Non vede le posate?”. Annuì e si allontanò. Gli amici mi chiesero perché avessi risposto in quel modo. Raccontai loro l’esperienza americana e la regola del galateo che non avevo più dimenticato. “Diamine” – dissi – “io non ero tenuto a sapere certe cose; lui, invece, non può farmi domande del genere!”. Scoppiarono a ridere. “Comparuzzu, si nu simpaticuni, mi piaci assai!”, mi disse Franco Franchi abbracciandomi. Ricordo quella giornata con molto piacere.

Liberamente tratto dal libro “Sono Nessuno! Il mio lungo viaggio fra arte e vita. Gerardo Sacco, conversazione con Francesco Kostner”