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Lectio Magistralis

Mi indica un momento al quale le capita di pensare frequentemente?

Senza dubbio l’evento in mio onore organizzato il 28 febbraio 2008 nell’Aula Magna dell’Università della Calabria e moderato dal giornalista Mario Tursi Prato. In qualche modo quel giorno mi sono riconciliato con la vita. Ho chiesto alla platea che mi ascoltava di capire le difficoltà, i timori, i limiti con cui non ho mai smesso di fare i conti, ma anche di considerare con benevolenza i frutti della mia lunga e faticosa esperienza di artigiano. Attraverso la quale ho provato a recuperare le occasioni perdute. Le opportunità mancate.

Il pianto al quale si lasciò andare, e l’abbraccio con il rettore, Giovanni Latorre, alla fine del suo intervento, fecero il giro del mondo. È quello che avrebbe voluto mostrare a chi non c’era?

Per molti aspetti sì. Non ho mai ceduto alla tentazione di nascondere i miei sentimenti. Ero felice di aver parlato con il cuore in mano, senza ipocrisie, ma volevo la conferma che tutto fosse andato bene. Dai più cari, soprattutto. Quando finalmente riuscii ad incrociare lo sguardo di mia figlia Viviana, capii che non era stato poi così grave aver dato sfogo alla mia commozione.

Autorità, docenti, studenti, scolaresche, amici, venuti da ogni parte della Calabria, scattarono in piedi ad applaudirla alla fine del suo discorso…

Una straordinaria esperienza. Terribile, però, sotto il profilo emotivo. Non ero riuscito a dormire, nei giorni precedenti. “Saprò essere all’altezza della situazione?”; “Con quali parole parlerò davanti alle autorità accademiche e istituzionali, a chi verrà ad ascoltarmi?”, mi chiedevo continuamente. Un tormento!

Qualcuno disse che allora Gerardo Sacco creò in diretta un gioiello di stile, parole ed emozioni.

Se è stato così, sono contento. Certo ho avuto conferma che la semplicità dei modi e delle parole favorisce i rapporti, la conoscenza, l’incontro tra le persone. Annulla ostacoli. Differenze. Distanze apparentemente incolmabili.

Vennero apprezzati la schiettezza dell’uomo che viene dalla strada; il richiamo a immagini, consigli, sollecitazioni, semplici quanto si vuole, ma vicini alla gente che guarda alla vita con concretezza e desiderio di far bene. Cosa ricorda di quel discorso?

Tutto. Il carattere con cui venne scritto al computer, i consigli dei miei collaboratori, i “contrassegni” geometrici su ogni pagina, frecce, asterischi, sottolineature che riflettevano la preoccupazione per la prova che mi attendeva. Ricordo anche l’esercizio faticoso cui mi sottoposi, durante i “provini” organizzati nel mio laboratorio, per imparare a tenere in mano i fogli e regolarne correttamente la successione. Un disastro! Alla fine mi convinsi che avrei dovuto concentrarmi sul mio intervento così come potevo fare, eliminando tutto ciò che non sentivo appartenermi. Il mio, per forza di cose, non può essere un linguaggio forbito e sapevo che, diversamente, non sarei risultato credibile. Vero. Diretto. Non sarei stato, insomma, Gerardo Sacco.

Rileggiamolo quel discorso.

Non è la stessa cosa di allora. Però, se crede… Ecco! Avrò pronunciato la parola emozione decine di volte, mai sufficienti, tuttavia, a descrivere quel momento.

Forse era anche il timore di trovarsi in quel luogo tanto importante.

Eccome! Parlavo nell’Aula Magna, davanti a mille persone, nella stessa prestigiosa sede che ha ospitato personalità di grandissimo spessore scientifico, culturale, politico: il semiologo Umberto Eco, il fisico Ilya Prigogine, l’astrofisica Margherita Hack, il sindaco di New York Rudolph Giuliani, i presidenti del Consiglio Romano Prodi, Giuliano Amato, Enrico Letta. E ancora: i presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, lo scrittore Roberto Saviano, il regista Mario Martone, l’architetto Vittorio Gregotti, che ha progettato il Campus di Arcavacata. Vittorio Sgarbi. L’ambientalista indiana Vandana Shiva.

“Qui solitamente prendono la parola scienziati, ricercatori, uomini di cultura. Io sono una persona semplice che avrebbe voluto studiare. Non ho potuto farlo, sfruttando l’opportunità che per fortuna voi avete”, disse agli studenti. E giù il primo fragoroso applauso.

C’era un silenzio surreale, che non riuscivo a decifrare. Alla fine, presi il coraggio a quattro mani e rinunciai a leggere il testo che ave- vo preparato. “Sono un pazzo”, dicevo tra me e me mentre i minuti passavano e, a braccio, aggiungevo considerazioni a considerazioni, su ciò che la mia esperienza insegna: è possibile farcela, anche in Calabria! Il che non significa affatto isolarsi, rimanere estranei al mondo. Ai cambiamenti. Alle innovazioni.

Furono particolarmente apprezzate le considerazioni sulla negatività delle raccomandazioni.

Erano la conseguenza di quanto avevo detto fino a quel momento. Quanti danni ha causato, alle aspirazioni e alle aspettative di tanti giovani, questo perverso sistema di condizionamento, se non di vera e propria distorsione della realtà? Sia chiaro: anch’io, se posso, aiuto chi me lo chiede, ma mai assecondo la mediocrità, l’inadeguatezza, la presunzione delle persone.

Arrivò poi il richiamo al valore fondamentale delle regole: “Ragazzi, vi scongiuro, puntate, credete nelle vostre forze, nella vostra energia, nella vostra intelligenza, nel rispetto della legge. Questo deve essere il vostro credo. La vostra Costituzione quotidiana”. E, poi, l’invito forte, convinto, a invertire la scellerata tendenza all’autocommiserazione.

A rifiutare la rassegnazione. L’immobilismo di fronte alla possibilità di cambiare le cose. Addossando la responsabilità ad altri; in primo luogo, i politici. Come se piovessero dal cielo, mentre sono espressione del consenso ricevuto dalle stesse persone che si lamentano. Bisogna saper essere cittadini anche sotto questo profilo. Scegliere chi è in grado di agire nell’interesse di tutti. Sono le cose che ho sempre detto ai miei figli e ho voluto ripetere anche allora.

Liberamente tratto dal libro “Sono Nessuno! Il mio lungo viaggio fra arte e vita. Gerardo Sacco, conversazione con Francesco Kostner”