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La prima mostra

Nel 1969 partecipai alla Mostra dell’Artigianato di Firenze. Fu una soddisfazione enorme, visto il livello dei partecipanti, vincere nel capoluogo toscano. Il giorno della premiazione ero emozionatissimo. Mi passarono il microfono, ma non riuscii a dire una parola. Fortunatamente qualcuno ricordò che ero abituato a esprimermi solo attraverso le opere e che mai avrei abdicato alla mia filosofia artistica.

Avevo prevalso in quello che veniva considerato il campionato italiano dell’artigianato, ma ero cosciente di dover tenere i piedi per terra. Guardavo l’Arno, le guglie delle chiese magicamente illuminate dal sole, i fiorentini nella quotidianità di un contesto che non ha eguali al mondo, e mi ripetevo che avrei dovuto essere all’altezza di quel premio. A me sarebbe potuto anche apparire un grande successo, ma era nulla rispetto alla maestosità delle tracce artistiche di cui Firenze è riccamente adornata.

Insomma, era solo l’inizio e niente, se non il mio lavoro, avrebbe potuto consentirmi di andare avanti. Ma questa città mi è rimasta nel cuore anche per un altro motivo. Una vecchietta si era fermata davanti alla vetrina in cui erano esposte le mie creazioni. “Posso esserle utile?”, Le chiesi. “No, la ringrazio, solo mi fò gli occhi. Dovrebbero imparare gli orafi fiorentini come si fanno queste cose!”, rispose senza guardarmi. Si allontanò e non la rividi più. Avrei voluto regalarle ciò che desiderava, ma non potevo permettermelo.

Non possedevo nemmeno un dépliant e dovetti sopperire a quella grave lacuna organizzativa utilizzando alcuni semplici fogli di carta sui quali la mia fidanzata e futura moglie, Anna Taverniti, aveva disegnato i gioielli indicando, a fianco di ognuno di essi, il prezzo e le voci: Si vende; Non si vende, a seconda che fossero di mia proprietà o li avessi ricevuti in prestito, con l’impegno di restituirli alla fine della mostra.

Non solo. Per realizzare il mio campionario dovetti disfarmi subito della bellissima medaglia d’oro vinta alla mostra che, da un lato, aveva lo stemma della Repubblica italiana, dall’altro, le porte del Battistero di Firenze. Fu doloroso, ma necessario.

Proprio di recente, dopo averne perso traccia per oltre quarant’anni, ho ritrovato il calco in bronzo di quel riconoscimento e ne ho riprodotta una copia. Allora, però, non potei fare diversamente. Impegni sempre più importanti richiedevano un approccio decisamente diverso, più professionale, alla mia attività.

Liberamente tratto dal libro “Sono Nessuno! Il mio lungo viaggio fra arte e vita. Gerardo Sacco, conversazione con Francesco Kostner”