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Itinerario

Omaggio a Catanzaro

Omaggio a Crotone

Omaggio a Caulonia (Reggio Calabria)

Omaggio a Pizzo (Vibo Valentia)

Omaggio a Paola (Cosenza)

Porto nel cuore tutto ciò che in tanti anni ho osservato e conosciuto del nostro territorio. Ogni centimetro, angolo, colore della Calabria fanno parte di me. Non posso stabilire una scala di valori, ma…

…comincerei da Polsi. Lì, nel cuore dell’Aspromonte, è custodito uno dei più importanti tesori della tradizione religiosa calabrese. Corrado Alvaro ha dedicato pagine bellissime al secolare legame che unisce migliaia di fedeli alla Madonna della Montagna. Nemmeno lontanamente è possibile un confronto con la capacità del grande scrittore sanluchese di descrivere questa realtà, ma ho visto con i miei occhi, sentito con le mie orecchie, ciò che accade durante la festa dedicata alla Signora di Polsi.

Sono stato testimone della magia che avvolge il santuario in quei giorni. Della fiumana di devoti che raggiungono questo pezzo di paradiso, capace di esaltare le qualità migliori dell’uomo. Di aiutarlo a cancellare rancori. Contrasti. Risentimenti. In onore della Vergine ho creato la croce che, secondo la tradizione, sarebbe stata rinvenuta dal conte Ruggiero durante una battuta di caccia, e due altorilievi in oro, raffiguranti i simboli di Polsi (da una parte, la stessa croce; dall’altra, la Madonna) adornati da otto piccole croci in argento.

Alla teca che li custodisce ho aggiunto alcune raggiere, sempre in oro, arricchite da piccole pietre preziose che emanano un intenso fascio di luce. Quando presentai queste opere vidi qualcosa che non avrei mai immaginato: un esercito di persone in lacrime mi guardavano come se fossi l’uomo della Provvidenza.

La giornalista Rai Annarosa Macrì descrisse efficacemente quella giornata: “Gli si fanno intorno, vogliono toccarlo, cercano di parlargli. Grazie, grazie per aver fatto per noi una cosa così bella! Maestro, una foto, vi prego, una foto con il bambino in braccio, per piacere, sennò non ci credono i miei parenti in Canada che io, io!, ho conosciuto Gerardo Sacco!”.

Un’esperienza indimenticabile, attraverso la quale è stato possibile cogliere il senso pieno della spiritualità che pervade questo luogo. Polsi sembra concepito per comprendere il valore della vita. Quanto sia meraviglioso volersi bene. E come il tempo a disposizione per godere di questa consapevolezza, per sé e per gli altri, sia brevissimo.

Un artista scrisse ancora la Macrì “che ha stretto le mani di capi di Stato e di divi del cinema, ha ricevuto i complimenti di magnati e stilisti, e targhe e medaglie e diplomi e riconoscimenti, beh, in posa davanti a una macchina fotografica sconosciuta, con un bambino in braccio con gli occhi straniti, lui, il maestro, si commuove”.

Tutti, almeno una volta, non importa se credenti o meno, dovrebbero visitare Polsi. Sarebbe bello se un giorno lo facessero anche i grandi della terra. Per riflettere sul valore della pace. E sul destino del pianeta, abbeverandosi alla fonte della semplicità che sgorga copiosa nel santuario dedicato alla Signora della Montagna.

La Macrì conferma: “…a Polsi è davvero un altro mondo. Arrivi là in qualunque stagione e ti dimentichi che stagione è, e il giorno resta sospeso, e la notte si fa giorno. È una grande fatica arrivare fin lì, da qualunque luogo tu ti metta in cammino, ma più grande, assai più grande è la fatica di lasciarlo, quel luogo mistico e magico, unico”. Lei come si era preparato a quel momento?
Non avevo superato il dolore per la morte di mia moglie. Venni accolto amorevolmente da don Pino Strangio, parroco di San Luca e priore del Santuario, e dal Vescovo di Locri-Gerace Mons. Giancarlo Bregantini. Beneficiai anche dell’abbraccio fraterno di Totò Delfino e di Pasquino Crupi, l’intellettuale, scrittore e meridionalista di Bova Marina, che non conoscevo di persona e di cui conservo un ricordo carico di stima e gratitudine. Purtroppo, sono scomparsi entrambi. Mi mancano molto il loro affetto e la saggezza con cui guardavano alla vita. Trascorremmo insieme serate indimenticabili. La disponi- bilità a compenetrarsi nella mia sofferenza, le pressanti sollecitazioni affinché ritrovassi la forza necessaria per reagire alle mie difficoltà, la loro simpatia, furono provvidenziali per recuperare la serenità di cui avevo bisogno. Non c’erano la luce, la radio, la televisione. Ma non era una privazione, tanto ritemprante è il silenzio in quel luogo sacro. Meditai molto. Sulle umane miserie, prima di ogni cosa. E, dunque, anche sulla mia persona.

Ho creato gioielli importanti, sono conosciuto in tutto il mondo, ma quel fazzoletto di terra, nel cuore dell’Aspromonte, è riuscito a regalarmi emozioni uniche. E così le opere realizzate per Polsi, che sentivo mi avrebbero consegnato a una storia infinitamente più vera ed edificante di quella raccontata nei sacrari dell’informazione e dello spettacolo.

Parlava della simpatia di Delfino e Crupi.

Darei non so cosa per tornare a rivivere quei momenti. Racconta- vano barzellette divertentissime, ma anche fatti realmente accaduti. Un giorno si unì a noi un’insegnante milanese, che aveva parteci- pato ad un convegno di Mariologia organizzato a Polsi. Era molto critica nei confronti della scuola e dei professori calabresi, a suo parere troppo permissivi e tolleranti. Delfino non condivise quelle valutazioni, che ritenne inadeguate e superficiali in una realtà con enormi problemi di carattere economico, sociale e culturale. Raccontò la storia di un impiegato al quale mancavano pochi anni per andare in pensione e che, se avesse conseguito la licenza di terza media, si sarebbe assicurato una pensione più dignitosa. La presidente della commissione si mostrava indifferente verso quell’uomo. Bisognava escogitare un piano per evitare che fosse lei ad interrogare il candidato. I docenti chiesero al bidello della scuola di entrare in classe ad un’ora precisa con la scusa che era desiderata al telefono. Ma le cose andarono diversamente da come erano state pianificate. Il “complice” tardò a inscenare la parte che gli era stata assegnata e a quel poveretto toccò l’inflessibile professoressa. Avendo saputo che era di San Luca, gli chiese l’anno di morte di Corrado Alvaro. A quel punto l’aula si trasformò in un piccolo teatro. Sembrava di assistere ad una commedia di Eduardo De Filippo. “Murìu cumpari Alvaro?”, chiedeva disperato il candidato con le mani tra i capelli, “e quannu? A mi famigghia ‘u sapi nenti!”. Quando ormai sembrava che la situazione stesse precipitando, il bidello bussò alla porta. L’esame venne concluso a velocità supersonica e quando la presidente rientrò in classe si sentì dire che, dopo l’iniziale momento di incertezza, il candidato aveva risposto a tutte le domande. Cercando lo sguardo dell’insegnante Delfino chiosò deciso: “Limitarsi a dire che bisogna essere rigorosi è facile, ma la realtà spesso presenta situazioni delicate che richiedono strumenti di analisi ben diversi dal pregiudizio e dall’eccessiva semplificazione dei problemi”.

Cosa rispose la studiosa milanese?

Rimase in silenzio. Pensierosa. Turbata da quelle parole. Segno che avevano colto nel segno.

È tornato altre volte a Polsi?

Tantissime! E, sempre, ho provato un’emozione nuova. Polsi non è mai uguale e nulla, in quel luogo sacro, si ripete in modo scontato.

Qual è la tappa successiva?

I Bronzi di Riace. Ricordo quando l’estate del 1972 vennero ritrovati dal sub Stefano Mariottini. Sono due capolavori dell’arte greca che ho sempre ritenuto ambasciatori di un bellissimo messaggio. Utile e sempre attuale: la forza titanica della civiltà di attraversare i secoli. E di influire sul destino del mondo. Simboli di valori antichissimi, dunque, ma anche della capacità dell’uomo di esprimere il meglio di sé. Il disegno delle statue è stupefacente. Non so se sia possibile parlare di un’opera perfetta, ma non riesco a immaginare uno sviluppo armonico più elegante.

Li manderebbe in giro nel mondo?

Non ho dubbi! Sarebbe una scelta capace, tra l’altro, di promuovere il nostro territorio. La ricchezza storica, la nobile, vera, autentica identità della Calabria. Il Sud. Più in generale il Paese. Non dovrebbero esserci, però, controindicazioni: mi riferisco alla tenuta strutturale delle statue. Questo è un aspetto fondamentale, ineludibile. A mio parere, però, l’obiettivo deve essere un altro. Forse ambizioso, ma possibile: rendere attrattiva l’intera offerta storico-culturale del- la nostra regione coinvolgendo tutto il territorio. E in Calabria c’è l’imbarazzo della scelta!

Lei fa la sua parte.

Ma non è la stessa cosa. È un recupero importante, ma legato alla mia vocazione artistica. Prenda, per esempio, il drago di Caulonia. Non potevo ignorare quel magnifico mosaico pavimentale, che ho osservato decine di volte, da ogni angolazione, cogliendo sempre linee stilistiche diverse. Il discorso vale anche per i pinakes, che gli storici collocano tra il 490 e il 460 a.C.

Erano tavolette di terracotta offerte come ex voto, nel tempio di Persefone, situato sul colle della Mannella. Ne ho recuperata la me- moria con una serie di gioielli arricchiti da una cornice formata dal materiale con cui i pinakes venivano realizzati. Lo stesso ho fatto con alcuni monili ispirati da una moneta coniata a Locri, sempre nello stesso periodo, che raffigura, da una parte, una biga di mule, guidata da un auriga incoronato dopo una vittoria, dall’altra, una lepre che corre verso destra.

Ora, per concludere rispetto alla sua domanda, capisco – e mi rende felice – che il mio lavoro sia apprezzato, ma il discorso deve essere diverso. Globale.

Nel suo entusiasmante viaggio attraverso il passato svettano anche le opere ambientate a Seminara, Stilo e Palmi.
Le maschere, ritenute capaci di allontanare il malocchio, o le bum- bule, usate per la raccolta dell’acqua e ancora presenti sui tetti delle case, non solo a Seminara, al pari delle prime considerate in grado di scacciare gli influssi negativi, sono alcuni simboli della cultura locale che ho ritenuto importante valorizzare. Molto particolare è anche il riccio di Seminara in terracotta, con gli occhi, la bocca e gli aculei in argento, grazie al quale peraltro è stato possibile avviare una proficua collaborazione con i ceramisti del luogo.

I colori hanno un peso rilevante nella fisionomia di queste opere.

La policromia indubbiamente le rende ancora più suggestive. Le diverse e intense tonalità: giallo, marrone, azzurro, verde, ne accentuano la tipicità, le caratteristiche autenticamente popolari.

Le sue riproduzioni si distinguono anche per innovative soluzioni tecniche.
La ricerca di nuovi materiali è un impegno costante. Un punto nevralgico del mio lavoro. In questo caso, per esempio, l’utilizzo del plexiglas consente di creare vigorose trasparenze e di migliorare ulteriormente il livello estetico delle ceramiche.

C’è poi la Cattolica di Stilo.

È stato proprio questo simbolo dell’arte bizantina, e il particolare intreccio di mattoni che caratterizza l’edificio, a suggerirmi di rea- lizzare un grosso centrotavola. Un oggetto formato da cinque con- tenitori i cui coperchi raffigurano le tegole da cui è rivestito il tetto della Cattolica. Ma questa chiesa e, soprattutto, la croce scolpita su una colonna all’interno, sono stati lo spunto per creare anche altri gioielli, particolarmente apprezzati all’estero.

Un capitolo importante della sua costante interazione con la storia calabrese è dedicato a Palmi.
Una città splendida. Vi ho scoperto originali elementi della vita contadina. Arnesi di cui si è persa la memoria, come le conocchie, utilizzate soprattutto dalle donne dei pastori per filare la lana. Oggetti dai disegni più vari: fiori, animali, rombi, spirali, raffiguranti scene di vita agricola e campestre, dai quali ho preso spunto per creare orecchini, collane, bracciali, spilloni da dessert, che considero for- temente espressivi dell’identità di questo territorio.

Non poteva ignorare la Varia.

Le migliaia di persone attorno all’imponente carro, sulla cui sommità è posta l’Animella, la fanciulla che rappresenta la Madonna Assunta, sono protagoniste di uno spettacolo senza pari. La Varia esprime ciò che un palmese sente, vuole mostrare della sua orgogliosa appartenenza alla città. Una miscela di forza, sentimenti, passione, che mi hanno letteralmente rapito ispirando una linea di gioielli caratterizzata da un viso botticelliano.

Poi è arrivato il Cristo nell’ulivo e il suo legame con la città, se così può dirsi, è diventato eterno.
È impossibile ignorare l’Ulivarella, la pianta cresciuta su uno scoglio in mezzo al mare che esalta ulteriormente le caratteristiche della spiaggia di Palmi. Maturai l’idea del Cristo nell’Ulivo nella sala Nervi, in Vaticano, mentre insieme a centinaia di persone attendevo di incontrare Giovanni Paolo II.

Il mio sguardo, a un certo punto, si concentrò su la Resurrezione di Pericle Fazzini, il complesso scultoreo posto al centro del palco dell’Aula Paolo VI, che fa da sfondo alle udienze papali: forse l’opera del ’900 più vista al mondo, secondo il direttore dei musei vaticani Antonio Paolucci. Tutto avvenne in un attimo. Come un flash, immaginai l’Ulivarella e, tra i suoi rami, il volto di Gesù.

Anche gli studenti dell’Istituto d’arte di Palmi si erano misurati con il tema della croce, che avevo chiesto sviluppassero in qualità di presidente di un concorso artistico, in occasione del Giubileo del 2000. I loro lavori esprimevano gusto, eleganza. Davano corpo a sentimenti profondi, ma non riuscivano a essere ciò che avrei voluto, o mi sarei aspettato: un modo diverso di guardare al territorio. Se ne convinsero quando il discorso arrivò al punto cruciale: il confronto tra le loro proposte e le mie idee. Non che queste, per definizione, dovessero essere migliori: la posta in gioco evidentemente era diversa. Feci notare ai ragazzi che, se il loro approccio artistico era certamente apprezzabile, risultava sganciato dalla specificità palmese. Convennero che avrebbero potuto sviluppare il tema del concorso in modo più vivace, espressivo, legato appunto alle peculiarità locali. Accolsero con umiltà – e questo mi piacque molto – le parole con cui conclusi quella bellissima esperienza: “Le vostre proposte sono il riflesso di ciò che avete imparato sui libri. È stato uno sforzo lodevole, ma vi consiglio di non trascurare mai la vostra realtà. Ciò che vi appartiene. Di osservare in modo non scontato il mondo in cui vivete. Consiste in questa diversa impostazione il modo giusto di guardare a ciò che solo apparentemente è privo di valore, mentre ricorda chi siamo e, dunque, le nostre radici”.

La distanza tra la Costa Viola e Reggio Calabria è breve. Villa Genoese Zerbi dal 26 ottobre al 23 novembre 2008, ospitò la mostra Gerardo Sacco. Frammenti di luce, che ebbe come madrina Maria Grazia Cucinotta. Scolaresche della Calabria e della Sicilia, e un numero enorme di visitatori, in quei giorni raggiunsero la città dello Stretto. Venne allestita anche un’aula didattica in cui si svolsero incontri dedicati all’arte, alla cultura, alla storia della nostra regione, raccontati attraverso le mie opere. Venne esposto anche il gioiello che ho dedicato a Villa Genoese Zerbi, con le forme e gli stilemi caratteristici di questa splendida dimora gentilizia.

Adesso facciamo tappa a Catanzaro, Vibo, Cosenza e, naturalmente, Crotone.
Anche qui, come dire, la storia è di casa. Nel capoluogo calabrese soggiornò, nel 1528, l’imperatore Carlo V, i cui domini erano tanto estesi da poter dire che il sole non vi tramontasse mai! Una moneta, coniata per la particolare occasione, mi ha suggerito la creazione di alcuni monili; altrettanto ho fatto per Terina, l’odierna Lamezia Ter- me, alla quale ho dedicato oggetti particolari sia sul piano stilistico sia per i coralli che ne ingentiliscono le caratteristiche. Organismi, questi ultimi, dai molteplici colori, che il mare esalta, come solo un bravo artigiano riesce a fare con il legno o il ferro.

Un soggetto, i coralli, che ha ulteriormente valorizzato attraverso le opere esposte e premiate al Metropolitan Museum di New York, alla Biennale di Napoli e nel castello di San Giusto a Trieste. E, poi, come unico orafo, all’Expo di Lisbona, dove ha dimostrato di saper magistralmente interpretare il tema proposto dagli organizzatori: l’oceano! Ma torniamo al grand tour. Il Vibonese è un altro territorio che ha saputo valorizzare come mai nessuno prima è riuscito a fare. Penso al ciondolo raffigurante la maschera di Gorgone. Un manufatto risalente alla prima metà del V secolo a.C., ritrovato nell’area sacra della Cava di Cordopatri, che decorava il tetto di un edificio.
Dopo aver osservato una lucerna a becchi multipli, risalente al V-VI secolo a.C., ho realizzato anche una collana in oro e zaffiri autentici incisi. Penso, poi, alla moneta Hipponium, uno dei simboli di questa provincia, rappresentato da un’aquila con un serpente in bocca; al Cristo di Pizzo, ai monili ispirati dai pinakes, alle collane e ai portachiavi, per i quali ho preso spunto dalle monete magnogreche, entrambe del III secolo a.C., ritrovate anche in questa parte della Calabria. Una raffigurante la testa di Hera da un lato e Zeus dall’altro; la seconda, con Atena scolpita sulla facciata principale e un’aquila sul retro. Ma, non potevo dimenticare le tipicità culinarie, i sapori del territorio. Come la cipolla.

Non solo perché è ricca di proprietà nutrizionali e terapeutiche, aiuta la digestione, depura l’organismo, facilita la circolazione del sangue. Peculiarità, peraltro, ben conosciute fin dall’antichità. Nella Naturalis Historia, infatti, Plinio il vecchio indica la cipolla rossa (che viene coltivata a Tropea e nelle zone limitrofe, tra Briatico e Capo Vaticano, ma anche a Campora San Giovanni e lungo la fascia tirrenica cosentina), come rimedio per curare alcuni disturbi fisici. La mia attenzione, però, è andata oltre la bontà e le qualità organolettiche di questa pianta. Proprio l’universalità del suo gradimento, l’identificazione che, soprattutto negli ultimi decenni, via via è avvenuta tra la cipolla e il vibonese, hanno messo in risalto l’importanza, anche e soprattutto culturale, di questo ortaggio. La sua capacità di valorizzare il territorio. Una forza espressiva da cui sono derivati alcuni gioielli tematici, che rendono omaggio ai sapori e alla cucina della zona.

Così è nata anche la linea dedicata ai mostaccioli di Soriano, diventata un successo internazionale?
Non potevo ignorare nemmeno questa importante tradizione. Il suo substrato storico e culturale, che affonda le radici nell’antichità. Nelle opere di Teocrito, forse il maggiore poeta dell’età ellenistica, vissuto tra il IV e il III secolo a.C., sono chiamati mustacea. I mostacciolari di Soriano sono famosi in tutto il mondo e da generazioni sfornano dolci a forma di cavallo, pesce, gallo: simboli del rapporto tra l’uomo e la natura; e altri, dedicati a san Domenico, protettore del paese, che riflettono il profondo legame tra la comunità sorianese e l’identità religiosa locale.
Un tempo venivano utilizzati come pegni d’amore. Dopo una fase di corteggiamento ufficioso, il giovane, come promessa di matrimonio, portava in dono alla futura sposa e ai suoi familiari un fazzoletto di seta con quattro mostaccioli raffiguranti un cuore, una “papa” (cioè una bambola), un pesce e una “s”; simboli dal significato ammiccante e trasparente. Troppa ricchezza di significati perché passassero inosservati!

Il gradimento per le opere dedicate a questi dolci è stupefacente. Lo conferma la decisione del sindaco Francesco Bartone di ospitarle nel museo della cittadina, in cui sono custoditi manufatti del ’500, ’600 e del ’700.

Potrei chiedere di più? Ma questa linea di gioielli più complessiva- mente contribuisce alla riscoperta di Soriano, che ha avuto un ruolo molto importante nei secoli passati. Un centro che oggi, grazie a scelte illuminate, prova a dare un senso diverso anche al ricordo delle calamità da cui è stato colpito nei secoli. La “casa del terremoto”, per esempio, rappresenta un significativo salto di qualità nella lettura del rapporto società-rischi naturali. Il ribaltamento dell’impostazione che ha decretato la colpevole sottovalutazione di testimonianze (come la facciata dell’antico convento dei Domenicani) che, invece, mantengono una concreta aderenza alla realtà sismica della regione.

Adesso Cosenza. E Crotone, la sua città.
Per la provincia in cui domina l’Atene della Calabria (come Cosenza, per la sua importante tradizione culturale, veniva definita), non ho esitazioni a indicare per primo san Francesco di Paola. Ho sempre ammirato l’umile frate che amava poveri e derelitti e non aveva paura dei potenti. Pensando a questo meraviglioso personaggio ho creato icone smaltate e la croce di san Francesco: opere attraverso le quali non solo ho inteso rendere omaggio alla sua straordinaria esperienza umana e spirituale, ma esprimere il convincimento che la carità, l’attenzione verso gli ultimi, rappresentino sempre esempi di straordinario valore e significato. Sentimenti profondi hanno ispirato anche i lavori dedicati al Codex Purpureus Rossanensis e al Liber Figurarum (al quale ho già accenna- to). Di fronte alla magnificenza di queste testimonianze, ho provato un’indescrivibile soggezione. Un enorme timore reverenziale. Ho chiuso gli occhi immaginando di planare sull’atmosfera particola- re in cui queste opere hanno preso corpo, cercando di assorbirne quanto più possibile l’energia, la forza, le motivazioni ispiratrici. Nell’elenco dei simboli cosentini, aggiungo anche la chiesa di san Adriano, a San Demetrio Corone, alle cui peculiarità artistiche (lo splendido pavimento, i mosaici, le maschere che custodisce) ho dedicato ciondoli e monili vari. Importanti sono anche i limoni di Rocca Imperiale, le cui caratteristiche organolettiche fanno concorrenza ai rinomati frutti di Sorrento, e il peperoncino, ai quali ho dedicato due fortunatissime linee di gioielli.

Enzo Monaco ha addirittura creato un’Accademia per far conoscere questa pianta.
E c’è riuscito! La sua “roccaforte”, Diamante, perla del turismo calabrese, è sede di un importante progetto culturale. Enzo, tra l’altro, ha scritto un bellissimo libro e organizza affollatissimi eventi estivi ai cui ospiti vengono donate le creazioni che realizzo utilizzando i peperoncini essiccati.

Il suo mondo adesso! Il luogo che le ha fatto intuire come l’apparente silenzio del passato rappresenti invece un’inesauribile fonte d’ispira- zione.
Crotone, come ho già detto, offre la straordinaria opportunità di scrutare le radici della civiltà magnogreca. Una consapevolezza che ho cercato di onorare nel migliore dei modi. La moneta dell’antica Kroton, con il tripode a forma di zampa di leone, che ricorda il mito legato alla fondazione della città; la cicogna, con la scritta in greco KRO; le palmette e i fiori di loto, ritrovati nei pressi del tempio di Hera, sul promontorio Lacinio, e una serie di incisioni geometriche ispirate alla bellissima pavimentazione dell’edificio termale rinvenuto nell’area di Capo Colonna, sono alcune delle numerose creazioni attraverso le quali ho voluto rendere omaggio all’antica storia della mia città.

I gioielli, dunque, come mezzo per arrivare a una più realistica consapevolezza delle proprie radici.
Indossarli non significa soltanto mostrarne le fattezze, la bellezza, le peculiarità, ma essere partecipi di uno sforzo finalizzato al recupero del proprio patrimonio storico e culturale. Questo è il senso vero e – credo – più importante del mio lavoro.

Liberamente tratto dal libro “Sono Nessuno! Il mio lungo viaggio fra arte e vita. Gerardo Sacco, conversazione con Francesco Kostner”