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Il furto

La notte tra il 13 e il 14 ottobre 1983 ignoti profanarono l’icona della Madonna di Capo Colonna, simbolo della fede e della tradizione religiosa di Crotone, rubando i gioielli da cui era adornata. Mi venne chiesto di riportare il quadro alla bellezza originaria. Un grande onore, ma una responsabilità da far tremare le vene e i polsi.

I crotonesi, i tantissimi devoti che, ogni anno, da tutta la regione raggiungono la città per rinnovare il profondo legame che li unisce alla Vergine, ebbero una reazione sdegnata. Come ha scritto Antonella Cosentino, in un’opera pubblicata dal settimanale “il Crotonese”, “… fu la gente a sentirsi depredata, mortificata, privata. E non fu l’icona a chiedere nuove decorazioni. Fu tutta una comunità a sentire il bisogno di colmare la privazione.

Impreziosire di nuovo l’icona aveva il significato pieno della devozione. Coprirla di gemme e d’oro era esigenza e impegno…”. Il vescovo di Crotone-Santa Severina, Mons. Giuseppe Agostino, indimenticata guida della diocesi, mi affidò il compito di realizzare il nuovo ornamento della sacra immagine. Ricordo la presentazione dell’opera. Temevo di deludere le aspettative del nostro presule. Invece, ebbe parole bellissime: “Figlio dilettissimo, hai superato questa prova con intelligenza, sensibilità, devozione. Ti saremo grati in eterno”.

Accadde due giorni prima che l’icona restaurata apparisse in pubblico, il 12 maggio 1986. Un’indescrivibile emozione coinvolse le migliaia di persone arrivate a Crotone da ogni parte della Calabria, molte delle quali, in ginocchio, pregavano davanti alla Vergine. Non ho più sentito un applauso tanto forte, come quello che allora accompagnò l’uscita della sacra immagine dalla chiesa e il suo tragitto per le vie della città.

Alla cerimonia, tra i tantissimi invitati, partecipò la direttrice di Gioia, Silvana Giacobini, che dedicò all’evento la locandina del settimanale, distribuito per l’occasione con una gigantografia della Madonna.

Fu tale la bellezza di quel momento che riuscii finanche a dimenticare l’incredibile situazione in cui mi ero trovato solo poche ore prima, rischiando un clamoroso flop, che avrebbe irrimediabilmente compromesso la mia reputazione artistica. Nonostante avessi superato a pieni voti la valutazione del vescovo Agostino non mi sentivo soddisfatto. Continuavo a ripetere che avrei dovuto migliorare l’opera, ma non sapevo come. Non riuscivo a prendere sonno. Alle due di notte scesi in laboratorio e mi sedetti di fronte all’icona della Vergine.

A un certo punto, presi la cesoia e iniziai a tagliare. In qualche minuto, avevo cancellato mesi di lavoro. Ero disperato. Avvertii un dolore lancinante al petto che mi fece temere per la vita. Improvvisamente, invece, ebbi una folgorazione. Tutto mi apparve chiaro. Lavorai fino alle prime luci dell’alba preparando minuziosamente ogni pezzo, in modo da consentire ai miei collaboratori, che sarebbero arrivati di lì a poco, di assemblare velocemente il materiale.

Quando si resero conto di ciò che era accaduto rimasero ammutoliti. Mi guardarono pensando che fossi impazzito. Invece, ero riuscito nel mio intento. E in tempo utile… Per la realizzazione della nuova cornice, che avvolgeva l’icona della Vergine, utilizzai sette chili e mezzo d’argento; per l’aureola, invece, 38 grandi zaffiri, 39 perle, 175 diamanti e 144 perle coltivate, poggiate sull’oro.

Il lavoro fu ulteriormente arricchito alcuni anni dopo. Al posto della vecchia corona, adattata al Bambin Gesù, sistemai dodici stelle in oro bianco con diamanti incastonati a pavé: un numero non casuale, visto che nella tradizione biblica esse rappresentano l’ornamento della donna, ma richiamano anche gli apostoli, raccolti attorno a Maria, per ricevere lo Spirito Santo.

Liberamente tratto dal libro “Sono Nessuno! Il mio lungo viaggio fra arte e vita. Gerardo Sacco, conversazione con Francesco Kostner”